FOCUS: GIAPPONE – PARTE 3° NARA

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nara-16A CURA DI CHEZSBARDE’

La tappa di oggi è Nara, la prima capitale imperiale giapponese. Cittadina deliziosa, tranquilla e piena di pagode e templi fantastici, tra i quali spicca il Daibutsu Den, ovvero la sala del grande Buddah.

Cosa ancora più importante, Nara di gira tranquillamente a piedi. E vai cor tango!

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Ok, chiudiamo la parentesi culturale che è durata pure troppo e parliamo di cibo.

Premettiamo che la città è piena di cervi ma i cervi nun se magnano, anzi, spadroneggiano. Sono una presenza fissa del parco di Nara, protetti, coccolati e nutriti dai visitatori. Per questo ti vengono sotto questuanti, qualunque cosa tu abbia in mano: caramelle; panini lonza e caciotta, sigarette, chiavi de casa. E se non è qualcosa di edibile te guardano storto che manco Baby George che fissa i poracci.

Se non ve volete fa parlà dietro, spendete un euro e comprate i crackers senbei da un banchettaro autorizzato e nutrite i simpatici ruminanti. Dopo ve fanno pure l’inchino. Dico davèro.  

Tra le cose che se magnano a Nara vi è il narazuke, verdure varie marinate nel Sakè. Ce le ha fatte assaggiare al mercato un signore gentile, che aveva lo sguardo compiaciuto di chi tira le noccioline alle scimmiette allo zoo.  Cionondimeno abbiamo gradito il gesto (che sotto, sotto, avremmo fatto anche noi), rimanendo piacevolmente sorpresi dalla consistenza croccante del daikon marinato. Tant’è che, quando ce lo siamo ritrovato nell’eki bento lo abbianmo doppiamente apprezzato, soprattutto perché sapevamo cosa cazzo era.

Altra specialità narese…..narana…..nar….de Nara sono gli onigiri con foglia di wasabi. A differenza della pasta di wasabi che è piccantissima e se la mangi per sbaglio ti fa frizzare il naso per due settimane, la foglia ha un gusto delicato, che non prevarica e anzi valorizza il riso. Presi in una bottega gourmet, si sono rivelati nettamente migliori rispetto agli onigiri del minimarket, che comunque restano ottimi.

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Passiamo ai dolcetti, anche se i dessert strettamente nipponici sono tutt’altro che dolci. A Nara ha sede la famosa bottega Nakatani-do, specializzata in mochi, dolcetti di riso molto morbidissimi e alquanto appiccicosi.

I mochi al naturale non sanno mezzo de un cazzo ma sovente sono aromatizzati ai gusti delicati – come tè verde, artemisia o rosa – e riempiti di confettura di fagiuoli rossi (anko). In più sono belli da vedere. Va da sé che una sfogliatella o un maritozzo je danno una pista ai mochi ma ho ben detto che i giapponesi sanno fare tante cose ma sui dolci non sono ferratissimi. Perlomeno per i gusti di un fiero europeo.    

Ora, il mochi è diffuso pressoché in tutto il Giappone e non è prerogativa di Nara ma i ragazzi della bottega Nakatani-do si fanno grossi per la velocità con la quale eseguono il mochitsuki, cioè il pestaggio del riso cotto in un apposito mortaio. Mentre un addetto – che chiamerà “mocharo” – batte ritmicamente, l’altro con le mano mantiene umida la palla informe, che sennò se attacca.

Detta così pare una cazzata ma una simile operazione richieda una coordinazione, un’accortezza ed una manualità che non tutti possiedono. Se ci provassi io, ad esempio, potrei tranquillamente causare diverse lesioni mortali agli astanti, nel raggio di 100 metri.

Ecco, ‘sta cosa i mochari Nakatani-do la fanno a 200 all'ora. Tant’è che ogni volta che ce se mettono, si crea un crocchio di astanti che riprendono la scena. Vi dirò, visto dal vivo fa un certo effetto.  Comunque, il video rende l'idea. 

 

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